La nonviolenza è un cammino esigente che richiede di guardare con onestà alle nostre relazioni quotidiane prima ancora che alle grandi crisi internazionali. Spesso si pensa alla pace come all’assenza di guerre visibili, dimenticando che i conflitti armati sono solo l’ultimo anello di una catena che inizia molto prima nei linguaggi e nelle abitudini verbali.
A distanza di qualche mese dall’incontro sul tema della “Risoluzione nonviolenta dei conflitti“, Giulia Grillo, docente presso la London School of Economics, è tornata ospite del Laboratorio per la Pace ponendo, a tal proposito, una domanda diretta e scomoda: «Disarmare o continuare a ferire?».
Un interrogativo che ha acceso un faro sul ruolo fondamentale del linguaggio e della comunicazione nonviolenta nel processo di costruzione della pace e nella risoluzione dei conflitti.
La grammatica del conflitto
Citando il cardinale Pierbattista Pizzaballa, la relatrice ha mostrato come le narrazioni giudicanti allontanino le comunità, spersonalizzando l’avversario. Nei numerosi interventi il Patriarca Latino di Gerusalemme fa spesso riferimento a come l’uso quotidiano di terminologie divisive abbia portato, e continui a portare, a contrasti sempre più profondi nelle comunità in Medio Oriente. Una dinamica che, spesso, è riconoscibile anche laddove tacciono le armi.
I meccanismi del conflitto armato non sono infatti distanti da quelli delle nostre società occidentali dove tendiamo comunque a usare un linguaggio aggressivo, giudicante o umiliante, a partire dai contesti più vicini a noi, come quello familiare.
Oltre il pensiero binario
Attraverso le lenti di Marshall Rosenberg, padre della comunicazione nonviolenta, e di Marianella Sclavi, l’incontro ha destrutturato il pensiero binario che divide il mondo in fazioni contrapposte; una rigida polarizzazione che impedisce di cogliere le sfumature che permettono di guardare i problemi da prospettive differenti.
Superare questa logica del “noi contro loro” è il primo passo per abitare i conflitti in modo nuovo. Riconoscere e accettare la pluralità delle prospettive non è dunque una minaccia alla propria identità, ma una risorsa per la crescita comune. Un esercizio di apertura che presuppone di vedere l’altro come persona e non come bersaglio.
Quattro passi per il lavoro quotidiano
La pace non può pertanto essere considerata soltanto un obiettivo politico astratto ma un impegno che quotidianamente, anche quando tutto spinge verso la violenza, richiede il protagonismo attivo di ciascuno.
La riflessione e l’analisi di alcuni brevi dialoghi quotidiani proposti durante l’incontro hanno rivelato come l’aggressività verbale e l’umiliazione siano già forme di violenza, che condizionano i rapporti e lasciano ferite non visibili ma profonde tanto quanto quelle fisiche.
Disarmare la comunicazione diventa quindi un obiettivo perseguibile, rimettendo al centro il riconoscimento dell’umanità dei nostri interlocutori attraverso un esercizio quotidiano, per nulla banale, che si traduce in quattro scelte fondamentali da rinnovare giorno dopo giorno:
1) Vigilare sul linguaggio per interrompere gli automatismi verbali ostili che generano ulteriore violenza
2) Fare silenzio interiore con l’obiettivo di ascoltare davvero l’altro, provando a metterci realmente nei suoi panni
3) Riconoscere le ferite legittimando il dolore e le sofferenze reciproche senza sminuirle
4) Sviluppare l’empatia, ovvero sostituire il giudizio con una postura accogliente
MATERIALE DI APPROFONDIMENTO
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