Risoluzione nonviolenta dei conflitti. Incontro con Giulia Grillo

16 Ottobre, 2025 - INCONTRI

Il tema della risoluzione nonviolenta dei conflitti occupa oggi una posizione di rilievo non solo perché la logica dello scontro armato pare aver preso il sopravvento, ma anche perché sembra che non vi sia altro modo se non la violenza stessa per la risoluzione delle ostilità. Queste convinzioni ci proiettano in un’epoca di profonde contraddizioni nella quale si alimentano divisioni e si investe in armamenti con l’illusione che questa sia la giusta via per costruire la pace.

Eppure una strada diversa esiste. Risolvere i conflitti in modo nonviolento è possibile.

La pace difatti non è un modello teorico, ma un percorso educativo concreto e indispensabile fatto di conoscenza, strumenti e metodologie atti a costruirla. È questo il messaggio centrale di Giulia Grillo, docente presso la London School of Economics di Londra, ospite e protagonista dell’incontro sulla risoluzione non violenta dei conflitti del Laboratorio per la Pace.

La docente, nel suo intervento, ha isolato tre aspetti fondamentali, di certo non gli unici esistenti per poter educare ed essere educati alla nonviolenza.

La conoscenza

Il primo dei tre elementi chiama in causa la consapevolezza. «Non si può risolvere ciò che non si capisce». Questa affermazione riassume la necessità di acquisire strumenti conoscitivi profondi come primo passo per smontare le logiche della violenza. Non trova molto senso quindi lo sviluppo e l’applicazione di un unico modello da applicare ad ogni conflitto. Esistono almeno due motivi, secondo Giulia Grillo, per cui non è consigliabile farlo. In primo luogo ogni conflitto è un caso a sé; pur presentando analogie, ogni scenario richiede un’analisi specifica per stabilire cosa mantenere dei metodi passati, cosa modificare e cosa sviluppare ex-novo. In secondo luogo ogni modello è intrinsecamente imperfetto e richiede una revisione costante per restare aderente alle evoluzioni e alle esigenze della società.

La risoluzione nonviolenta passa quindi, inevitabilmente, per una conoscenza profonda del contesto. In questo processo geografia e storia sono pilastri inscindibili; la prima definisce lo spazio geopolitico dello scontro, la seconda ne svela le radici profonde e fa il suo solo se studiata senza pregiudizi, senza sovrapporre un giudizio morale ad ogni azione, senza classificare gli esseri umani in buoni o cattivi.

In definitiva, solo integrando questi due elementi è possibile decifrare le reali motivazioni dei popoli e costruire soluzioni di pace che siano concrete e durature.

Il significato delle parole

Collegato al punto precedente, un secondo pilastro fondamentale richiamato dalla docente riguarda l’impiego consapevole dei termini. Oggi assistiamo a un uso quasi casuale delle parole; eppure è attraverso esse che ciascuno esprime la propria idea di mondo. Vocaboli come “pace”, “sicurezza” o “difesa” non sono astratti, ognuno di essi sottende una precisa visione del mondo e determina, concretamente, il modo con cui ciascuno si relazione con ciò che lo circonda. Capire cosa diciamo e come definiamo l’altro è essenziale per disarmare il linguaggio prima che lo stesso si trasformi in azione.

Oggi la carenza di riflessione critica e di analisi semantica penalizza la gestione dei conflitti; l’esercizio del pensiero è invece indispensabile per identificare percorsi risolutivi nonviolenti. Spesso, infatti, la tendenza è quella di ridurre la soluzione di un problema a un’unica via o a una scelta binaria tra opposti che si escludono a vicenda. La realtà, tuttavia, è molto più complessa e una riflessione profonda ci insegna che tra gli opposti esistono sempre alternative percorribili. Prenderne coscienza significa smettere di alimentare un mondo basato sulla contrapposizione e iniziare a costruirne uno basato sulla pluralità delle soluzioni.

La comunicazione quotidiana

L’ultimo aspetto, non per importanza, riguarda il linguaggio, ovvero il primo terreno in cui l’ambivalenza umana prende corpo rivelando la capacità quotidiana di ogni individuo ad agire in modi opposti, spesso simultaneamente. Ciò significa che nessuno di noi è esclusivamente Caino o Abele in modo mutuamente esclusivo, ma potremmo benissimo essere contemporaneamente sia Caino sia Abele.

In quest’ottica, la nonviolenza smette di essere un concetto riservato esclusivamente ai tavoli diplomatici o alle grandi strategie internazionali per diventare una dimensione quotidiana.

La nonviolenza riguarda quindi anche il modo in cui comunichiamo ogni giorno, poiché è nella vita quotidiana che si gettano le basi per una cultura della pace.

La risoluzione nonviolenta dei conflitti non è dunque solo un obiettivo politico, ma un processo costante che ha origine nella condotta individuale e nella gestione consapevole dei rapporti umani.

Responsabilità individuale e visione collettiva

La riflessione e il relativo dibattito, grazie agli interrogativi proposti da Giulia Grillo, hanno avuto come naturale conclusione l’invito da parte della stessa docente a effettuare un “lavoro interiore” individuale, inteso in senso laico o spirituale. La pacificazione interiore difatti, così come suggerito, è il presupposto indispensabile e il punto di partenza necessario per costruire una reale e duratura cultura della pace globale.

L’incontro, usando le stesse parole della sua protagonista, non ha avuto «la pretesa di fornire la soluzione definitiva al problema dei conflitti e della risoluzione dei conflitti» ma è stato un interessante contributo «su un tema estremamente importante».

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MATERIALE DI APPROFONDIMENTO

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