Ci siamo diseducati alla pace, ma un’altra strada è possibile, la logica della violenza non è inevitabile. È questa la sintesi dell’incontro di approfondimento sulla nota pastorale della CEI “Educare a una pace disarmata e disarmante”, tenuto da padre Vittorio Rocca, docente di Teologia Morale presso lo Studio Teologico San Paolo.
Il testo affonda le sue radici in un percorso iniziato nel 1998, anno in cui la CEI ha pubblicato il primo documento sull’educazione alla pace. A distanza di quasi trent’anni, questa nuova nota pastorale fotografa un mondo radicalmente mutato. Tuttavia, sebbene oggi il documento faccia esplicito riferimento a minacce tecnologiche moderne come i deepfake e la guerra ibrida, l’educazione rimane l’elemento determinante per una reale conversione alla pace.
La genesi della nuova nota risale all’8 maggio 2025, giorno in cui Papa Leone XIV, dalla loggia centrale di San Pietro, ha pronunciato le parole: «La pace sia con voi…una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante». Si tratta di due aggettivi scelti accuratamente in un momento storico in cui ogni parola pesa davvero tanto.
Ed è proprio da quelle parole che ad Assisi, con l’intento di tradurle in un percorso educativo per le comunità, viene approvata la nota pastorale.
Un testo di una straordinaria ampiezza di vedute, capace di far coesistere il bilancio del SIPRI e Sant’Agostino, di mettere insieme la Sacra Scrittura e le sfide dell’intelligenza artificiale.
Il nemico necessario e le strategie del riarmo
La riflessione di padre Vittorio Rocca è entrata nel vivo attraverso un curioso parallelo letterario con “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.
Nella Fortezza Bastiani il protagonista spende l’intera vita aspettando una minaccia che non si manifesta, fino a quando la rigida osservanza dei regolamenti si trasforma in un’ossessione che spinge i soldati a colpirsi tra loro.
Non è difficile vedere in questa fortezza inutile il mondo di oggi e nel romanzo diversi passaggi che descrivono accuratamente l’attuale scenario europeo, caratterizzato da una progressiva corsa al riarmo.
La prima parte della nota è quella che non concede sconti. Presenta l’oggi e la storia. Emerge la diseducazione alla pace e un preciso disegno per arrivare alla guerra.
Questa dinamica si inserisce in una strategia storica per orientare i popoli verso il conflitto, teorizzata già nel 1946 durante il processo di Norimberga. Il meccanismo si articola attraverso cinque passaggi chiave: la creazione o l’enfatizzazione di una minaccia esterna, la presentazione del conflitto come difensivo, l’appellarsi al patriottismo, la delegittimazione del nemico e la trasformazione della paura in consenso.
L’economia di guerra si impone quindi come modello vincente a livello globale, come si evince dai dati SIPRI relativi al 2025. Anno in cui la spesa militare mondiale è notevolmente cresciuta togliendo risorse alla costruzione di un mondo abitabile.
I volti dei nazionalismi
Un ulteriore elemento analizzato all’interno del documento pastorale riguarda il ritorno dei nazionalismi, declinati dalla nota stessa secondo tre specifiche matrici geopolitiche. Il volto nazionalista cinese, la volontà di recupero di potenza della Russia e la crisi del modello multiculturale degli Stati Uniti. In tutti e tre i contesti la religione rischia di essere strumentalizzata come etichetta identitaria per giustificare la difesa della nazione. Questa tendenza alimenta in Europa fenomeni speculari come la crescita dell’antisemitismo e dell’islamofobia.
Tale clima di tensione si traduce concretamente sul campo nel perdurare di quella che Papa Francesco definì una guerra mondiale a pezzi, con un ricorso alla minaccia nucleare che viene evocato con disinvoltura spaventosa.
Le nuove frontiere del conflitto
Infine il testo introduce un capitolo del tutto nuovo rispetto alla nota del 1998, legato all’evoluzione della rete. La guerra si combatte ormai anche nello spazio digitale tramite cyberattacchi e deepfake, sollevando profondi interrogativi sull’uso dell’intelligenza artificiale, definita dal Pontefice argentino al G7 del 2024 come uno «strumento affascinante e tremendo».
Dopo aver delineato un quadro internazionale complesso, il documento pastorale prosegue parlando dell’Unione Europea come un fondamentale esperimento di pace. Nata dalle macerie della seconda guerra mondiale, l’istituzione europea dimostra che un’altra strada è possibile, che la logica della violenza non è inevitabile. Tuttavia, proprio per questa sua natura, essa rappresenta oggi il bersaglio preferito dei nuovi nazionalismi.
Il Dio della pace
La seconda parte dell’incontro ha affrontato le radici bibliche di un Dio che sceglie sempre la pace. La nota della CEI torna alle fonti della Scrittura senza nasconderne le pagine più scomode. Il Dio della Scrittura, a una prima lettura, non è sempre un Dio disarmato. Basti pensare al Dio degli eserciti, a colui che sostiene il popolo in guerre di conquista, a un Dio che manda il diluvio. A tal proposito la chiave di lettura pastorale suggerita dal documento invita a guardare l’agire divino nelle concrete circostanze storiche.
Il momento di svolta è individuato proprio nel diluvio: di fronte alla distruzione, Dio assume la decisione unilaterale di non trattare più l’umanità secondo il metro della vendetta. Ecco che quindi la Bibbia ci educa alla pace.
Anche la legge del taglione viene riletta smontando un pregiudizio molto comune. Non è sinonimo di vendetta spietata ma una norma a tutela dei più deboli, volta a regolare la reazione in modo proporzionale all’offesa. Questo percorso educativo culmina nel Nuovo Testamento con l’insegnamento di Gesù sul perdono oltre ogni limite, settanta volte sette, e con la teologia di San Paolo che definisce Cristo come «la nostra pace».
Il titolo stesso della nota, “Educare a una pace disarmata e disarmante”, rappresenta quindi una traduzione contemporanea dell’annuncio di Cristo come nostra pace.
I due registri della dottrina
La terza parte della nota è la più importante del documento sul piano dottrinale perché parla di un cambiamento maturato nella Dottrina della Chiesa in oltre un secolo. Si assiste al passaggio dalla teoria classica della “guerra giusta” di Sant’Agostino al netto “mai più la guerra” espresso da Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti. Di fronte al potenziale distruttivo delle moderne armi nucleari, chimiche e biologiche, non è più possibile che la guerra sia la soluzione. La nota ne trae quindi una conclusione netta: oggi nessuna guerra può essere chiamata giusta.
Ciononostante, il documento dedica un intero paragrafo alla legittima difesa, così come presentata dal catechismo della chiesa cattolica. Valuta con favore il ruolo delle missioni di pace delle Forze Armate, i ruoli dei cappellani militari e parla di difesa della patria.
La nota quindi sembra muoversi su due registri paralleli: l’orizzonte profetico del rifiuto assoluto del conflitto e l’etica della responsabilità che ammette la legittima difesa e persino l’uso delle forze armate per la pace. Questa coesistenza non costituisce un difetto, ma riflette le due storiche tradizioni del cristianesimo: il pacifismo assoluto e l’uso responsabile della forza.
Per superare tale discrasia, diventa fondamentale imparare ad “abitare il conflitto”, impedendo che esso degeneri in violenza. Lo stesso Papa Francesco nella sua enciclica Fratelli tutti parla della necessità di recuperare la cultura dell’incontro.
La pace non consiste nel pensare tutti allo stesso modo ma nel riconoscere che la comune appartenenza all’umanità è più originale delle differenze che ci separano.
Ecco che, quindi, la vera emergenza del nostro tempo è la crescita della mentalità di guerra, di quelle forme di pensiero che dividono il mondo in fazioni contrapposte.
La pace in definitiva non comincia quando smettono di sparare i cannoni ma quando torniamo a guardare l’altro senza sentirci minacciati dalla sua semplice esistenza, quando comprendiamo che il dissenso non è una patologia.
Prospettive educative e azioni concrete
Nell’ultima parte dell’incontro, l’attenzione si è spostata sulle modalità pratiche per edificare la cultura della pace.
La nota richiama l’esortazione Amoris laetitia per riscoprire la famiglia come il luogo primario che introduce la fraternità nel mondo. Allo stesso modo, la scuola è chiamata ad essere comunità educante.
A tal proposito, il documento invita a ripensare l’insegnamento della storia, trasformandolo in un esame critico delle dinamiche belliche, attento alla vita quotidiana delle persone comuni che insistono dentro quegli eventi.
Padre Vittorio Rocca ha quindi ricordato l’alto valore dei testimoni citando l’azione di don Tonino Bello a Sarajevo nel 1992, quando guidò una marcia di cinquecento persone sotto l’assedio per dimostrare che la pace si costruisce concretamente.
A questo esempio, e a tanti altri, si collegano le tre proposte d’azione concrete avanzate dal documento della CEI: il servizio civile, inteso come difesa della patria attraverso la cura comunitaria, sul solco di don Milani; l’obiezione bancaria, basata sul disinvestimento dagli istituti finanziari che sostengono l’industria militare; l’obiezione professionale, ovvero il rifiuto di mettere a disposizione le proprie competenze al servizio di chi produce armi.
Mai più la guerra
In conclusione, il resoconto dell’incontro è terminato con un ritorno a Cristo attraverso un’espressione che definisce la pace non come un’utopia, ma come «una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione».
Il relatore infine, facendo riferimento alle parole di chiusura della nota, ha invitato a portare a casa l’imperativo storico pronunciato da Paolo VI alle Nazioni Unite, ereditato da don Tonino Bello e rilanciato in Fratelli tutti da Papa Francesco: «Mai più la guerra».
Un monito che deve risuonare non come un semplice slogan, ma come un interrogativo costante per la vita quotidiana di ciascuno.
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