Cosa genera la guerra? Come definire la pace? Sono questi gli interrogativi che hanno dato inizio all’incontro di approfondimento guidato da monsignor Maurizio Aliotta che ha messo al centro del suo intervento la Gaudium et spes.
Il direttore dell’Ufficio Pastorale per la Cultura e le Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi di Siracusa ha evidenziato come la geopolitica e la teologia dipendano da due visioni antropologiche differenti. Se la prima spesso subisce la logica degli interessi, la teologia risponde con la Gaudium et spes affermando che è possibile definire la pace “in positivo”, come un’opera di giustizia e non come semplice assenza di guerra né tantomeno può ridursi solo a rendere stabile l’equilibrio delle forze contrastanti.
La follia del conflitto nell’era atomica
Richiamando il magistero di Giovanni XXIII, è stato ricordato come già nella Pacem in terris (11 aprile 1963) il Papa affermasse che la guerra nell’era atomica è una follia: “Alienun est a ratione”. È fuori dalla ragione pensare che il conflitto possa essere ancora lo strumento adatto a riparare i diritti violati.
Il dovere di non chiudere gli occhi
Padre Maurizio Aliotta si è quindi soffermato sul capitolo che la Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II dedica alla pace e che ancora oggi rappresenta una bussola fondamentale per la Chiesa.
Rileggerlo significa comprendere che il primo passo da compiere è quello di non chiudere gli occhi. Occorre pertanto collaborare con tutti coloro che condividono questo impegno civile e spirituale. A tal proposito, è stata citata l’opera sempre attuale di Bertolt Brecht “La resistibile ascesa di Arturo Ui”. Un’esortazione alla vigilanza critica come antitodo all’indifferenza e alla paura.
La via della parola
Nell’intervento il relatore ha tirato in ballo anche le ideologie che in passato hanno cercato di nobilitare il conflitto. Se per Hegel la guerra era la “salute etica dei popoli”, per i totalitarismi del ‘900 era un’inaccettabile “igiene del mondo”. Inevitabile quindi la contrapposizione con la visione cristiana che propone un capovolgimento radicale. Richiamando Sant’Agostino, padre Maurizio Aliotta ha difatti sottolineato come la guerra non sia mai un ideale, ma un male da evitare. Per il Vescovo d’Ippona il vero titolo di gloria non è uccidere gli uomini con la spada, ma “uccidere la guerra con la parola”, cercando la pace attraverso la pace.
Giustizia e Perdono: le fondamenta della pace
Il vincolo inscindibile tra pace e giustizia è stato il filo conduttore che ha unito il pensiero di Agostino al magistero contemporaneo. Legame che è stato più volte richiamato nel corso della storia con il monito di Paolo VI (“Se vuoi la pace, lavora per la giustizia”) e la riflessione di Giovanni Paolo II che aggiungeva un elemento profetico: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”.
La pace, dunque, cosi com’è stato ribadito durante l’incontro del Laboratorio per la Pace, non è la semplice “assenza di guerra”, definizione oggi mascherata da espressioni come “operazioni speciali”, ma una condizione positiva che nasce da parole “disarmate” e dal rifiuto della logica del dominio.
Questo appuntamento segna un’altra tappa fondamentale nel percorso annuale dell’Arcidiocesi, confermando il valore del Laboratorio come spazio di riflessione e analisi per l’intera comunità siracusana.
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MATERIALE DI APPROFONDIMENTO
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